Narciso e la guerra più giusta / 1
Bernard-Henri Lévy è un comunicatore meraviglioso, ama fare le liste, e le liste sono comprensibilissime, non ci si sbaglia, è tutto lì, nella progressione numerica e nei concetti-slogan, come quelle slide di PowerPoint che i geni del marketing proietterebbero direttamente sui muri delle nostre case, se potessero. Il filosofo più cool del continente è convinto che la Francia fa soltanto guerre giuste, in Libia e in Mali, non come gli altri – che poi saremmo anche noi – che fanno guerre “insensate” come in Iraq, guerre “detestabili e illegittime” perché non hanno il mandato dell’Onu.
17 AGO 20

Bernard-Henri Lévy è un comunicatore meraviglioso, ama fare le liste, e le liste sono comprensibilissime, non ci si sbaglia, è tutto lì, nella progressione numerica e nei concetti-slogan, come quelle slide di PowerPoint che i geni del marketing proietterebbero direttamente sui muri delle nostre case, se potessero. Il filosofo più cool del continente è convinto che la Francia fa soltanto guerre giuste, in Libia e in Mali, non come gli altri – che poi saremmo anche noi – che fanno guerre “insensate” come in Iraq, guerre “detestabili e illegittime” perché non hanno il mandato dell’Onu. Ieri sul Corriere della Sera BHL ha stilato l’elenco delle motivazioni delle guerre giuste, come la guerra in Mali (la Libia è un capitolo a parte: il documentario sulla liberazione dal colonnello Gheddafi firmato BHL, presentato a Cannes e adorato nei salotti si ferma prima che persino la grande Francia commetta l’errore che gli americani commisero in Iraq, cioè non badare alla ricostruzione, ma alle risorse – ah, le guerre per il petrolio, signora mia).
Punto uno: ferma l’instaurazione di uno stato terrorista alle porte dell’Europa; punto due: blocca l’avanzata jihadista nel continente africano; punto tre: l’ingerenza è, in alcuni casi, come in Libia, un dovere; punto quattro: riafferma l’antica teoria della guerra giusta, già resuscitata in Libia, “è la teoria di Grozio, è quella di san Tommaso, è una buona e bella lezione di filosofia pratica”; punto cinque: ribadisce il ruolo della Francia nella lotta per la democrazia, con una formula che supera le “due calamità gemelle” del neoconservatorismo e del sovranismo. Seguono altri punti scritti per mettere le mani avanti, e sul finale BHL raccomanda di essere forti contro le Cassandre, contro il “capriccio della parola nella democrazia delle opinioni” (c’è cosa più antidemocratica del dire che chi non la pensa come te dovrebbe tacere?), di offrire “doveroso disprezzo” a chi osa parlare di neocolonialismo francese.
Il modello della guerra giusta teorizzato da BHL ha molto a che fare con l’interventismo democratico di stampo blairiano, clintoniano e bushiano, con le operazioni degli anni 90 nei Balcani e con quelle degli anni Duemila in Afghanistan e in Iraq, contro dittatori che opprimevano il loro popolo e ospitavano il terrorismo. Per il regime change a Baghdad mancava il mandato dell’Onu, ma pure in Mali l’Onu voleva sì intervenire, a fine anno però, a jihad terminato: soltanto l’unilateralismo francese ha imposto un cambio di tempi al Consiglio di sicurezza. E a Parigi ora tocca convincere i tedeschi, che si smarcano come in Libia, uno scandalo per BHL che già si animò in un’intervista allo Spiegel sull’occasione persa dalla Germania. Un’intervista che si concludeva così: “Può immaginare un mondo senza BHL? Sì, andrebbe tutto piuttosto bene senza di me. E una Francia senza BHL? Ah, così è un’altra faccenda, in quel caso avrei voluto essere inventato”. Non c’è gara: le guerre giuste dei francesi sono antropologicamente più giuste delle altre.